
"Voglio sapere cosa c'è dietro!", urlò il re. In fondo, per il re, tutto è legittimo. Il re si fa le leggi da solo, credo pure possa dominare se stesso. Il re ha diritto di sapere cosa c'è dietro. Il re possiede pure il dietro, che detta così non viene bene, ma l'ha detto il re.
"Aprite", gracchiò il ciambellano con la bocca sporca di zucchero. Sarà stata la ciambella. Ma tutto taceva dietro la finestra. Che poi non so nemmeno come potrebbe parlare il dietro di una finestra. Ma il re è il re.
"C'è un tesoro, ma c'è pure il fantasma lì dietro" disse una canuta passante che sembrava lei stessa un fantasma sopraffatto dal riverbero del muro bianco. "Se lo dice un fantasma, deve essere proprio vero" pensarono le guardie del re, sempre guardinghe e anche un po' guardone.
"Aprite!", urlò di nuovo il ciambellano che non si rassegnava. Anche, a dirla tutta, non si sa se fosse inquieto per la fine della ciambella o per quella finestra chiusa.
Ricordo pure che non si capiva bene nemmeno a che casa appartenesse, non c'era una porta da nessuna parte da cui si potesse entrare e la finestra si sa, è fatta per essere aperta dall'interno, mica si possono violare le regole de regno. E l'editto era chiaro: "le finestre si aprono dall'interno". L'ha detto il re.
"Apriamo la finestra!" disse il re. Ma il re può disubbidire al re? No, nessuno può disubbidire al re. Ma il re può tutto, quindi può. O no?
Le guardie facevano un passo avanti e uno indietro. Ne usciva strana marcia sottolineata dal rutilante rullo dell'araldo che faticava a tenere quel pazzo passo. Resta il fatto che le guardie guardinghe in ogni caso avrebbero disubbidito al re. Testa mozzata assicurata. E non è bella da vedere una guardia guardinga reale senza testa.
Si fece avanti lo scemo di corte e con quel sorriso sperduto lungo le vie dell'illogicità affermò con finta consapevolezza: "e se fossimo noi all'interno?".
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Lo scemo del villaggio fu nominato seduta stante, in piedi davanti al re regnante, genio di corte. Con tutta la cerimonia salameccosa che tanto piaceva a quel golosone del ciambellano, sarà che tutto quello zuccheroso rituale gli ricordava le sue amate ciambelle .
La nuova visione che aveva regalato al regal re permise ora che il tanto atteso ordine venisse nuovamente pronunciato nella sua forma riveduta e corretta perfettamente conforme ai dettami del regno. Con il solito aspetto regale ed un tono regolare, il re disse: "aprite quella finestra! voglio vedere cosa c'è lì fuori!".
Ecco le guardie guardinghe che, sbloccatesi dal passo pazzo riuscirono finalmente ad avanzare con fare minaccioso verso la finestra. Il più guardingo rimase a guardare il compagno più robusto che infilzò la spada tra la finestra e il muro che amorevolmente l'avvolgeva.
Per inciso, di certo tra la finestra e il muro era amore, si vedeva. Nella sostanza diversi ma palesemente inseparabili. Pareva scritto nelle venature del legno e nelle sottili crepe del cemento, pareva chiaro ai più che non sarebbe stato affatto semplice separare due che si amano come quel muro e quella finestra.
Ma ora azione, azione ci vuole: la guardia guardinga spinse con delicatezza, quasi a non rompere l'incantevole incantesimo d'incanto collettivo che avvolgeva il capannello di gente uscita dalle proprie capanne per assistere al Grande Evento.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... la guardia guardinga ride e tira più forte.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... la guardia guardinga sorride e inizia a sudare.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... la guardia guardinga s'acciglia e diventa paonazza.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... la guardia guardinga delusa molla la presa.
Ci provano in due ora, guardia guardinga robusta e guardia guardinga che stava a guardare.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... le guardie guardinghe ridono e tirano più forte.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... le guardie guardinghe sorridono e iniziano a sudare.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... le guardie guardinghe s'accigliano diventano paonazze.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... "crack" la spada si spezza e ruzzoloni le guardie guardinghe abbattono il capannello di gente venuta dalle capanne.
E' in quel momento, sotto lo sguardo rabbioso del re che pensava di licenziare il real mastro spadaio che il giocoliere di corte, mentre gioca con le sue dodici uova senza farne cadere una, esclama gioioso: "ci dovrà pur essere una maniglia!".
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Il real giocoliere di corte fu nominato seduta stante, in piedi davanti al re regnante, real genio di corte. Il real genio di corte in carica fu declassato a scemo del villaggio, giacchè non era venuta a lui quell'idea brillante e passò alla storia come genio di corte meno duraturo. Entrò nel Guinness, ma il re regnante, per non dare soddisfazione allo scemo del villaggio, ne vietò la pubblicazione con un editto tanto severo che pure la birra ebbe problemi ad essere importata nel regno del re regnante.
Fu così che il re dovette ritirare l'editto per un ubriacante sciopero degli ubriaconi che avevano un ruolo importante nell'equilibrio sociale nel regno del re regnante. Quel loro ondeggiare rendeva il popolo allegro e il re regnante non avrebbe mai voluto avere un popolo triste.
La birra tornò nel regno del re regnante e gli ubriaconi erano di nuovo assiepati tra il capannello di gente uscita dalle proprie capanne per ammirare l'evolversi degli eventi della finestra di dietro.
Il nuovo genio, tutto tronfio e trionfante se ne stava su un tronco per vedere meglio, mentre il genio tornato scemo se ne stava disperato in disparte.
Il mastro manigliaio del regno del re regnante aveva costruito una maniglia su misura, giusta giusta per la finestra. Pareva proprio la sua, pareva fosse lì da secoli, pareva che quella maniglia fosse nata lo stesso giorno di quella finestra. Era proprio bravo il mastro manigliaio, figlio di manigliai, nipote di manigliai, bis-nipote di manigliai, tris-nipote di manigliai. Purtroppo pare che i quadris-nonni facessero i maniscalchi, erano l'onta della famiglia. Traditori. Li ricordavano tutti come l'infamia della famiglia.
Il real manigliaio si avvicinò alla finestra, vi appoggiò la maniglia, prese dalla tasca due chiodi e ... mirabilia strabilia ... invece di martellare, prese un coso e girò, girò, girò, girò, girò, girò, finchè il chiodo non entrò. Che poi, a guardar bene, non era nemmeno un chiodo, ma un coso pure quello. Due cosi, uno per girare e uno che entra. Cosi tutte e due, ma diversi.
Il real manigliaio, sapeva che avrebbe stupito con i suoi cosi e aveva preparato un bel discorsetto: "mio re, amici tutti, popolo del regno del re regnante, questo l'ho chiamato realchiodo" proclamò alzando uno dei due cosi. E continuò: "... è come un chiodo, solo che è meglio", alzando l'altro coso invece disse: "e questo l'ho chiamato girarealchiodo, perchè serve per girare il realchiodo".
Il re, offuscato dalla ruffianeria del real manigliaio e dal pensiero che la storia l'avrebbe ricordato come "il re del chiodo migliore", si complimentò con il real manigliaio, senza sapere che il quel baro del Barone Vito de Vitis trafugava l'idea all'istante sbirciando dal balcone di fronte e brevettando il vito e il giravito prima del realchiodo e del girarealchiodo del neo-real-genio di corte. Che poi la Baronessa volle che fosse fatto tutto in suo onore: vita e giravita. Allora si mediò è fu vite e giravite, che poi come divenne cacciavite pare fosse colpa del guardiacaccia dei due. Che poi mi ricorda qualcosa ...
Il re regnante, all'oscuro degli intralci (e pure dei tralci) di Vitis, era visibilmente soddisfatto. Una piccola rivincita su chi l'aveva criticato per la scelta di un manigliaio con un quadris-nonno maniscalco, sapeva che il suo ardire prima o poi sarebbe stato premiato. Fu così che, in tutta fretta, nominò il real manigliaio genio di corte rispedendo il neo-ex-giullare alla sua dozzina di uova e stracciando di nuovo il record sopra citato.
Terminati i riti di rito, il re regnante, a gran passo, s'avvicinò alla maniglia.
Il neo-real-genio di corte ammirava la maniglia con orgoglio di manigliaio, perchè il suo cuore batteva ancora da manigliaio, non s'era arreso all'evidenza d'esser genio, non poteva pensare d'esser altra macchia nella famiglia.
Il re appoggiò la mano, sorrise, guardò la regina, sorrise di nuovo, lei capì e lui non aprì.
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Il popolo guardò la regina, negli occhi. Il ciambellano guardò la regina, negli occhi. Il neo-real-genio di corte, accantonò il proprio rammarico di non essere più manigliaio e guardò la regina, negli occhi. Gli ubriachi provarono a guardare la regina, negli occhi. Tutti guardarono la regina negli occhi, tranne il re, che l'aveva già guardata.
La regina aveva occhi verdi. Gli occhi della regina erano belli. La regina era bella. La regina era vestita di verde.
Gli occhi della regina erano grandi. La regina aveva occhi profondi come le valli del regno del re regnante. La regina aveva un'anima accogliente come le valli del regno del re regnante. La regina era grande, nell'anima.
La regina aveva occhi intensi. La regina aveva occhi che sorridevano. La regina aveva un sorriso che riempiva il regno del re regnante. La regina andava vissuta tutta d'un fiato.
Nessuno capì gli occhi della regina. Nessuno capì la regina, tranne il re.
Il re aveva occhi verdi. "Per specchiarmi meglio nei tuoi" le diceva spesso. Magia d'intesa, che vorrebbe restare mistero, per non rompere l'incantesimo del "solo io e te", ma non si può. Un re ha responsabilità sul regno regnato. Un re è tale finchè qualcuno lo chiama re.
Guarda il capannello di gente uscita dalle capanne, il ciambellano sporco di zucchero, il real genio, gli ubriachi sobri di curiosità. Sorride di nuovo, anzi, non aveva mai smesso di sorridere.
Decise di non parlare, decide d'agire. Azione e parola. Dire, fare, mare ... baciare. Ecco cosa mancava. Baciare. Era pure scritto sullo stendardo che capeggiava sul suo palazzo.
"Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, ma non dimenticare di baciare".
Dire, fare, mare, baciare. Il regno si fondava su quello. Da generazioni.
"Baciare", pensò mentre si avvicinava alla regina. "Mare", pensò mentre la baciava.
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L'incanto fu rotto dall'incedere lento e inconfondibile. Lo sferragliare del ferro di cavallo del cavallo del cavaliere cavalcante del regno del re regnante. Nero il cavaliere, nero il cavallo, nere le bardature, nere le briglie, nera l'armatura e nera l'arma. Lo scemo del villaggio, che fu un tempo genio, era l'unico a chiedersi perchè fosse chiamato Il Cavaliere Nero.
Conosciuto anche come Cavaliere Guastafeste per la capacità innata di apparire nei momenti meno opportuni, il Cavaliere Nero si divertiva a scorrazzare con la sua corazza cercando capannelli di gente uscita dalle capanne su cui sbrodolare il proprio ego.
Il re continuò come se niente fosse a baciare con gusto la propria regina.
Il ciambellano ingoiò la propria ciambella di tutta fretta, per paura che il Cavaliere Nero la infilzasse con la sua lancia nera.
Lo scemo continuò a chiedersi l'origine di quel nome originale.
Il popolo cascò nella trappola fascinosa del fascino del Cavaliere Nero. Ululò tanto forte da svegliare il re e la regina dal torpore del bacio.
"Il cavaliere, il cavaliere", urlavano tutte le donzelle ammiccando.
"Il cavaliere, il cavaliere", urlavano gli ubriaconi brindando.
"Il cavaliere, il cavaliere", urlava il ciambellano trangugiando.
"Nero, Nero, ...", faceva eco lo scemo del villaggio, ormai smarrito nel suo dubbio.
Il Cavalier Guastafeste, scese destro alla destra del destriero. Ammiccando alle donzelle, brindando con gli ubriaconi, trangugiando una ciambella del ciambellano, confermò: "Nero, per servirvi, vostra regal maestà del regno".
'Chi t'ha chiamato', pensò il re tra sè e il re regnante, sè stesso medesimo. "Benvenuto!", esclamò la sua anima ligia al ruolo di reale re regnante.
Il Cavaliere Guastafeste, senza macchia e con l'unica paura di sbiadire il proprio neronero, proclamò con una fierezza che sbigottiva i bigotti: "ho saputo che c'è una finestra d'aprire, io e la mia spada nera siamo qui per questo!". Quella spada sguainata, tutta nera, a dire la verità spaventò parecchio i bigotti, ai quali bastò quel preambolo per rimbigottirsi.
'Perchè brandirà la spada quando c'è una splendida maniglia a portata di mano?', pensò di nuovo il re tra sè e il re regnante sè stesso medesimo. "Che splendida spada!", lo lodò il re con quella regal ruga d'assenso in mezzo alla fronte, proprio sotto la regal corona reale.
Tutto bello imbrodato, il Cavalier Guastafeste si levò la superflua armatura neranera e sfoggiò un completo neronero in velluto del regno. E fu dèjà vu:
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... il Cavaliere Guastafeste ride e tira più forte.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... il Cavaliere Guastafeste sorride e inizia a sudare.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... il Cavaliere Guastafeste s'acciglia e diventa paonazzo.
Il muro tiene, la finestra tiene, la spada tiene ... il Cavaliere Guastafeste deluso molla la presa.
Guardinghe le guardie sorrisero nella follia del "mal comune mezzo gaudio".
Coda tra le gambe, rimise l'armatura e destro salì da destra sul suo destriero. Sinistramente s'allontanò il Cavaliere cavalcando un cavallo neronero sbiadito dall'imbarazzo.
'Non ha visto la maniglia', penso tra sè e il re regnante sè stesso medesimo il re regnante. E lo sguardo fu di nuovo lì.
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Il re regnante s'avvicinò alla maniglia. La vedeva chiara e limpida davanti a sè.
Il re regnante era realmente regalmente pomposo, con la sua corona schiacciata sul capo, il suo capannello di gente uscito dalle capanne che lo guardava, il suo ciambellano con la ciambella, i suoi ubriachi e la regina. "Mia regina, è per te!".
Il muro tiene, la finestra tiene, la maniglia tiene ... il re ride e tira più forte.
Il muro tiene, la finestra tiene, la maniglia tiene ... il re sorride e inizia a sudare.
Il muro tiene, la finestra tiene, la maniglia tiene ... il re s'acciglia e diventa paonazzo.
Il muro tiene, la finestra tiene, la maniglia tiene ... il re deluso molla la presa.
Tremore nel capannello di gente uscita dalle capanne, ciambella di traverso per il ciambellano che per poco non ci lascia le penne, sprazzo di lucidità per gli ubriachi e sguardo immutato per la regina.
La maniglia, dal canto suo, se ne stava tranquilla tranquilla appiccicata alla finestra. Il manigliaio l'aveva forgiata per lei. Fu per questo che il muro si strinse attorno alla finestra, folle di gelosia.
Tutti tacquero taciturni nel silenzioso silenzio della real delusione.
Fu una risata ad arridere al ridente futuro. Fu la risata di un bimbo che non resistette a all'irresistibile desiderio di ridere irresistibilmente.
Il bambino rideva e contagiava prima il primo vicino, secondariamente il secondo, terziariamente il terzo, fino al millesimante millesimo. Caddero tutti in uno stato di incosciente, incommensurabilmente, risibile risata.
Il regno rideva. Tutto il regno rideva. Persino il Cavaliere Nero, da lontano non resistette alla risata e s'assordò nell'eco della sua armatura neranera. La nobiltà accorse dai dintorni, i contadini dai campi, i vagabondi dal mondo.
Fu in quel momento che accadde:
La finestra, lesta, s'aprì.
Lestamente fu silenzio.
Lestamente fu partenza.
Lestamente fu viaggio.
Lestamente fu traguardo.
Lestamente fu stupore.
Lestamente furono sguardi.
Lestamente fu riso e pianto.
La finestra, lesta, si chiuse.
Ognuno stette in silenzio, partì, viaggiò, arrivò, si stupì, si guardò e, rise o pianse.
Non ci fu il tempo di capire cosa fosse realmente dietro quella finestra. Ognuno ebbe un'esperienza diversa, ognuno ebbe la PROPRIA, ognuno fece il PROPRIO viaggio. Ognuno visse sè stesso. Ognuno stette in silenzio, partì, viaggiò, arrivò, si stupì, si guardò e, rise o pianse; di nuovo, come in un turbine di vite senza fine che cadono dentro sè stesse.
Ci fu chi si accontentò, chi rimase deluso, chi affascinato, chi spiazzato, chi affamato, chi provato, chi annoiato, chi entusiasmato, chi disorientato, chi imbambolato, chi inorgoglito, chi triste e chi invece non smise mai di ridere.
Ci fu chi avrebbe voluto aprire di nuovo la finestra, ma il re lo vietò. E si sa: nel regno del re regnante ciò che dice il re deve essere rispettato persino dal re. Nemmeno il re seppe perchè l'avesse vietato, ma si sa, ciò che dice il re non si discute.
Fu così che iniziò la ricerca della "Finestra Davanti", con la consapevolezza che la "finestra di dietro" si può aprire solo con la risata pura dell'infanzia, altrimenti si rischia o di non riuscire o di farsi molto male.
... ma quella della "Finestra davanti" è un'altra storia.
FINE.